Chirurgo di fama internazionale, Francesco Corcione è uno dei massimi interpreti della chirurgia endoscopica e mini invasiva italiana. Professore con una lunga carriera alla Federico II di Napoli, direttore di unità di Chirurgia Generale e Oncologica Mininvasiva e protagonista di eventi chirurgici in diretta con centri di eccellenza in Europa, Asia, Africa e America, Corcione è riconosciuto non solo per le sue competenze tecniche, ma anche per l’impegno nella formazione delle nuove generazioni di medici e nell’innovazione metodologica. In questa intervista racconta i percorsi che hanno trasformato l’endoscopia, l’importanza della tecnologia e della didattica in sala operatoria, e la visione di una chirurgia che guarda al futuro con responsabilità e umanità.

Professor Corcione, quando ha capito che la chirurgia sarebbe stata la sua strada? Sono nato nel Cavone di Piazza Dante, dove mio padre aveva un’attività commerciale di Vini e Olii, la cosiddetta cantina. Lui mi diceva sempre “Vorrei tanto che questo mio camice nero, diventasse bianco su di te”. Ed io a cinque anni, imitavo i medici e visitavo il torace per gioco ai miei genitori. Poi, a quattordici anni ci fu la svolta: accompagnai i miei genitori a un intervento di asportazione di un’ulcera duodenale di mia nonna. Eravamo nella sala d’attesa, quando uscì questo chirurgo tutto bardato con in mano lo stomaco di mia nonna facendo vedere che aveva tolto “il male”. Lì si accese dentro di me il fuoco sacro della professione chirurgica.

Dopo tanti anni di carriera, cosa la motiva ancora ogni giorno a entrare in sala operatoria? Ho fatto mio un detto della marineria inglese che dice “Non smetto di navigare quando divento vecchio, ma divento vecchio quando smetto di navigare”. Quindi spero di navigare il più possibile per non invecchiare, continuando la mia attività chirurgica, professionale, congressuale, e continuo a trasmettere i miei interventi dalla sala operatoria in tutto il mondo. Finché avrò la forza di mantenere questi ritmi continuerò, il giorno in cui capirò che da dieci sto scendendo a nove, otto, stopperò.

Lei è considerato un punto di riferimento internazionale nella chirurgia: quali sono le innovazioni più importanti che ha sviluppato? Tutto è iniziato quando il Professor Califano, mio direttore, mi spedì dal chirurgo francese Jean Rives, dove ho conosciuto un nuovo mondo. Quando sono tornato in Italia ero l’unico a fare interventi di laparocele ed ernia con la rete. La mia fama è cominciata per questa innovazione. Un altro momento importante della mia carriera è stato quando agli inizi dell’89 un mio amico francese, Palot, mi chiamò dicendomi che a Lione c’era un medico che faceva colecisti per via laparoscopica, così mi prese un appuntamento. Sono stato tra i primi al mondo a vedere questi interventi nuovi, che allora si facevano con strumenti molto spartani. Ne fece tre davanti a me. Tornando in albergo, mi sentì deluso perché mi sembrava una chirurgia lunga, troppo difficile, ma il giorno dopo andai a trovare i pazienti ed erano in condizioni perfette. Quindi pensai che fosse miracoloso e quando tornai mi lanciai subito con le aziende che producevano strumenti e iniziai a mettere in pratica questa nuova tecnica.

Come si gestisce il peso delle decisioni quando in gioco c’è la vita delle persone? È una questione etica legata all’esperienza, al decisionismo. Ci sono momenti in cui devi decidere se andare a destra o sinistra, se assumerti responsabilità che possono portarti in tribunale pur di tentare una soluzione, o non rischiare. Sono situazioni borderline. Io sono abituato a scegliere sempre quello che è meglio per il paziente, infischiandomene del resto.

Cosa prova in sala operatoria? Quando sono in sala operatoria ho una freddezza di cui io stesso mi meraviglio, riesco a controllare ogni emozione. Poi vedo una dedica dei miei figli o nipoti e mi commuovo.

Che effetto le fa essere rappresentato su un murales nel cuore di Napoli, accanto a figure simbolo come San Gennaro e Maradona? Avere la propria foto accanto al Santo Patrono è una cosa unica. Tutti questi riconoscimenti sono parte del senso della mia vita, l’altra parta la ho a casa.

Che messaggio vorrebbe lasciare ai suoi nipotini che eventualmente volessero seguire le sue orme? Suo nipote Raffaele, a soli nove anni, già dice di voler fare il chirurgo… Aggiornarsi continuamente, stare al passo con la tecnologia, cercare sempre innovazioni ma con approccio critico, cioè valutare se possano essere efficaci. Non fermarsi mai, non essere mai chiusi nel proprio alveo e soprattutto, sacrificarsi.

La sua vita è stata molto sacrificata da questa professione/missione. Come ha fatto a conciliare con l’essere un buon marito e un buon padre? Ho lavorato incessantemente, mia moglie Rosaria ha dovuto seguire lei i figli in tutto. Il mio obiettivo era dare tempo di qualità, la domenica mi dedicavo totalmente a loro senza distrazioni.

Sua moglie Rosaria è stata fondamentale. Cosa sente di dirle? Rosaria è stata per me insostituibile. È stata la mia forza e lo è ancora. Forza morale, propulsiva, propositiva, difensiva. Mi ha sempre spinto ad andare e mi ha sempre protetto le spalle. La famosa frase “Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, per me è perfetta”. Un esempio della sua forza e generosità è quando doveva nascere mia figlia Annalisa ed io scoprì che mio padre aveva un tumore al rene incurabile. Decisi di portarlo a fare una visita in Francia, ma mi dispiaceva lasciarla perché doveva partorire proprio in quei giorni. Lei, senza esitare disse: “non ti preoccupare che a partorire ci penso io”.

È molto amato anche dai suoi due figli, Carlo e Annalisa. Qui sul muro c’è una bellissima dedica di Annalisa bambina che dice tutto di lei come padre… “Auguri caro guscio. Caro papà tu sei come un albero di Natale chiamato Franco, io sono una pallina chiamata Annalisa. Caro papà tu mi sostieni per non farmi cadere in un cielo nero”. Mi commuovo ancora a leggerla, e per me è la più grande vittoria. Il senso di tutto.