Dalla formazione “federiciana” fino alla guida dell’Unità Operativa Complessa e del Dipartimento di Trauma ed Emergenze, il professore racconta un percorso professionale intrecciato con l’evoluzione stessa dell’ortopedia moderna. In questa intervista, uno sguardo approfondito sulle innovazioni più significative degli ultimi anni, sulla gestione delle fragilità come l’osteoporosi e sul valore, oggi più che mai imprescindibile, del rapporto umano in medicina.

Professore, può raccontarci brevemente il suo ruolo presso il Policlinico di Napoli e le principali aree di attività della sua équipe Professionalmente, nasco Federiciano. Infatti, ho conseguito laurea e specializzazione in Ortopedia presso l’Università di Napoli Federico II, frequentando la Clinica Ortopedica come allievo interno fino al 1989, sotto la direzione del Prof. Milano. Successivamente, ho trascorso 12 anni presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro, facendo ritorno a Napoli nel 2001. Da allora ad oggi ho sempre lavorato presso il Policlinico Federico II di Napoli in Clinica Ortopedica, prima come ricercatore, poi come Professore Associato ed infine come Professore Ordinario, ruolo che ricopro tuttora. Sono stato Direttore della Scuola di Specializzazione in Ortopedia e Traumatologia fino al febbraio 2026 ed attualmente ricopro il ruolo di Direttore sia dell’Unità Operativa Complessa di Ortopedia e Traumatologia e sia del Dipartimento Assistenziale di Stroke, Emergenze Chirurgiche e Trauma del Policlinico Federico II di Napoli.

Negli ultimi anni, quali sono state le innovazioni più significative in ortopedia? L’Ortopedia e la Traumatologia, come tutte le branche mediche e chirurgiche, è una disciplina in continua evoluzione tecnologica. Nell’ultimo decennio, l’introduzione massiccia della robotica e dell’intelligenza artificiale ha inciso in modo particolare sulla nostra disciplina. A titolo di esempio, presso l’UOC di Ortopedia del Policlinico Federico II, tra le prime in Italia, è stato istallato un robot chirurgico di ultima generazione per la protesica di anca e ginocchio. La diffusione crescente della chirurgia artroscopica e mininvasiva rappresenta un’altra innovazione estremamente significativa in Ortopedia e Traumatologia che, grazie alla maggior precisione ed atraumaticità, si riflette positivamente sulla ripresa funzionale postoperatoria del paziente.

Quanto hanno inciso le nuove tecnologie (robotica e intelligenza artificiale) nella pratica clinica quotidiana? L’impianto di artroprotesi di anca e ginocchio con l’assistenza del robot realizza livelli di personalizzazione e di precisione nettamente superiori alle tecniche tradizionali. Tutto ciò si traduce positivamente sulla ripresa funzionale dopo l’intervento che consente spesso la dimissione precoce dall’ospedale. Solo pochi anni fa un paziente sottoposto ad intervento di protesi di anca o di ginocchio rimaneva ricoverato in ospedale per 7-10 giorni, mentre oggi, grazie alla robotica ed alle tecniche mininvasive, può già camminare il giorno dopo l’intervento ed essere dimesso dopo 3-4 giorni.

Come sono cambiate le tecniche chirurgiche per le fratture del femore rispetto al passato? Il femore prossimale e l’anca sono sedi frequentissime di frattura da fragilità, specialmente nelle donne in età avanzata, che sono spesso affette da osteoporosi, condizione che riduce la resistenza meccanica delle ossa, esponendole a lesioni anche in seguito a traumi di lieve entità.  La frattura del femore prossimale rappresenta un’urgenza perché il trattamento chirurgico tempestivo (entro 48 ore) consente di prevenire le complicazioni legate all’allettamento prolungato ed all’immobilità. Il miglioramento delle tecniche chirurgiche e soprattutto di quelle anestesiologiche consente oggi di operare anche i grandi anziani con frattura di femore, contribuendo talvolta a salvargli la vita, il che era impensabile solo pochi anni fa. Anche in questi casi, un intervento chirurgico rapido, atraumatico e preciso consente spesso di mettere subito in piedi questi pazienti, abbreviando notevolmente l’allettamento e la durata dell’ospedalizzazione.

Quanto è importante oggi l’imaging avanzato nella riuscita degli interventi? L’imaging avanzato è uno dei punti cardine dell’innovazione tecnologica in Ortopedia. La pianificazione preoperatoria assistita dal computer è ormai indispensabile in chirurgia protesica ma anche in traumatologia perché consente di prevedere, con ottima approssimazione, e regolare di conseguenza la posizione definitiva dell’impianto nello scheletro del singolo paziente. In casi complessi, è possibile realizzare modelli tridimensionali grazie alla processazione di immagini TAC individuali del paziente, ottenendo anche modelli in resina da stampante 3D su cui è possibile simulare l’atto chirurgico e l’impianto di una protesi o di un altro mezzo di sintesi. Presso l’UOC di Ortopedia del Policlinico, utilizziamo quotidianamente queste tecnologie, essendo anche dotati di un laboratorio per la stampa 3D.

Che ruolo avranno le terapie biologiche (cellule staminali, fattori di crescita)? Non si può non citare, tra le tecniche più recenti, il diffuso impiego sempre più diffuso dell’Ortopedia rigenerativa. Grazie all’impiego delle cellule staminali autologhe, è oggi possibile ottenere significativi miglioramenti del dolore e della funzionalità articolare di anca, ginocchio ed altre articolazioni, ritardando in alcuni casi la necessità di dover ricorrere ad una protesi. I fattori di crescita di derivazione piastrinica, ottenuti dalla centrifugazione del plasma del paziente, possono svolgere un ruolo importante, specialmente nella patologia tendinea e nella guarigione di ferite ed ulcere cutanee croniche.

Che consiglio darebbe ai giovani medici che vogliono specializzarsi in ortopedia? Come professore universitario, penso che i giovani che approcciano la nostra disciplina debbano farlo con entusiasmo, sfruttando l’enorme quantità di informazioni e di tecnologia oggi disponibili. Fermo restando che ogni disciplina chirurgica è un’arte manuale, ritengo che oggi gli specializzandi in Ortopedia godano, rispetto al passato, di un notevole incremento delle opportunità formative che possono migliorarne sensibilmente la capacità tecnica e la professionalità. In un periodo di estrema implementazione della medicina biotecnologica e della comunicazione mediatica, è però fondamentale ricordare che l’Ortopedico rimane un medico e che nessuna innovazione può sostituire la capacità di relazionarsi empaticamente con il paziente. Dal punto di vista educazionale, cono comunque molto ottimista perché penso che abbiamo contribuito a formare nuove leve di ortopedici estremamente capaci e preparati.