In un tempo in cui l’immagine spesso corre più veloce della sostanza, Vincenzo Ferrera si muove in direzione contraria. Nessun orpello, nessun artefatto, nessuna frase studiata per compiacere o piacere. La sua cifra è la verità. Una verità asciutta, a tratti spiazzante, che attraversa il suo modo di stare in scena e, prima ancora, il suo modo di stare al mondo.
Ferrera non insegue l’apparenza, e men che meno la forma – nonostante sia un uomo di grande fascino – non si rifugia nell’estetica del personaggio perfetto, né di quella dell’attore bello. Cerca la verità nelle storie, il dolore, le contraddizioni, le crepe. Come quelle che ci sono nella sua anima e che non cela, parlandone con grande onestà. Senza filtri, senza disagio. L’autenticità è la sua essenza, e la mette in ogni ambito della sua vita. In questa conversazione si “spoglia” con una semplicità disarmante, quasi infantile, che fa da contraltare alla complessità della sua anima, piena di malinconie e nodi mai sciolti.
Vincenzo, in cosa sei impegnato in questo periodo? Il 4 marzo su RaiPlay è uscita la sesta stagione di “Mare Fuori” con una ventata di new entry di giovanissimi, sconosciuti, ma molto talentuosi. Beppe continua a essere una figura fondamentale per loro, va avanti con le sue fragilità e la storia con la direttrice. Ci saranno grandi addii e nuove storie. A giugno iniziamo a girare la settima stagione.
C’è stata anche una fiction che ti ha visto in un ruolo del tutto nuovo. Ce ne parli? Ho interpretato un medico nella fiction “Morbo K”. La Rai mi ha dato per la prima volta la possibilità di fare un protagonista, un lavoro faticoso ma molto intenso. Peraltro l’ho girato un anno fa durante la perdita dei miei genitori, che sono morti a distanza di pochi mesi, quasi come si fossero messi d’accordo. È stato catartico questo lavoro per me, perché ho interpretato un medico e mio padre era un neurologo. E durante le riprese è morto. È stato uno spartiacque che mi ha cambiato.
Il dolore è confluito in questo ruolo? Questo lavoro ti mette nelle condizioni di donare il tuo dolore agli altri mettendolo a servizio del ruolo che interpreti. Sembra strano da dire, ma quasi cinicamente lo “sfrutti”. Sfrutti ogni anfratto della tua vita per immedesimarti in un personaggio e quando succede un grande lutto, non puoi non trarne un “vantaggio” in termini di intensità e pathos.
La recitazione, quindi, serve a tirar fuori? La recitazione è terapeutica da questo punto di vista. Tutti noi attori abbiamo un’anima nera, un motivo nascosto per cui scegliamo di fare questo mestiere. Mio padre era un neurologo e in ambito neurologico si usa il teatro per persone che hanno un disagio. Noi attori siamo tanti disagiati che attraverso il teatro e l’arte tentano di liberarsi e di vedere la vita a colori, che altrimenti avremmo visto in bianco e nero.
Quando hai capito che volevi fare questo lavoro? Fino ai diciott’anni pensavo di fare il medico come mio padre, e lo avrei fatto anche bene. Non sono di quegli attori che dicono “non avrei mai potuto fare altro”. È stata questione di vocazione, che è arrivata come una chiamata. I miei genitori erano un po’ freddi e anaffettivi ed io avevo bisogno di un affetto che mi mancava e il teatro è diventato la mia famiglia.
Loro hanno appoggiato la tua scelta? Non c’è genitore che possa appoggiare una scelta come quella di fare l’attore, un mestiere pieno di bocciature, fatto di compromessi e di tanti no.
Tuo figlio Lorenzo ha velleità artistiche? Mio figlio Lorenzo non ci pensa proprio. Forse sarà lui a seguire le orme del nonno.
Che “educatore” sei con Lorenzo? Ovviamente sono migliore nel ruolo di Beppe in “Mare Fuori”. Chi fa l’attore non c’è mai, quindi non potrei dirti che sono stato un padre perfetto, sono stato un padre molto assente. Non me la sento di deresponsabilizzarmi dicendo che ho dato poco tempo ma di qualità, perché il tempo è importante anche nella quantità. Questo mestiere richiede dedizione e forse non bisognerebbe sposarsi o avere figli, ma io che sono un dipendente affettivo, non avrei mai potuto.
Prima che morissero i tuoi genitori sei riuscito a chiarirti con loro? Fino all’ultimo, poco prima che morisse mia madre, ho cercato di rimediare, ma non si è mai soddisfatti. Si può solo perdonare. Ti tocca a un certo punto essere orfano. Anche se non ci sentivamo quasi mai, non poter più dire mamma o papà per sempre è qualcosa che a me pesa. Solo ora ne capisco il valore.
Cosa ti hanno lasciato come valore? Beh loro si amavano molto, anzi amavano più la coppia del resto, infatti sono andati via insieme. Quindi mi hanno trasmesso questo senso di appartenenza per cui io provo quasi invidia perché ancora non l’ho provato.
Teatro o tv? Vengo da trent’anni di teatro, venticinque di Carlo Cecchi, Servillo, Martone. La mia vita è assolutamente il teatro, la porta del camerino a cui bussano e ti danno i cinque minuti. “Mare Fuori” è arrivato a 48 anni come una stella cometa e ne approfitto, ma so che tutto può finire e ritorno al mio primo amore.
Prossimi progetti teatrali? Devo venire a Napoli al teatro San Ferdinando, forse a ottobre per la commedia “Uscita di emergenza” con Nando Paone. Un’ora e mezza di commedia filosofica sulla vita.
Come vivi questa notorietà? In maniera molto blindata. Alla mia età non ti fai fottere da questa roba. Oggi la notorietà è roba un po’ da tutti, oggi ti riconoscono, domani ti dimenticano, siamo tutti sostituibili. Non è come negli anni ’60 in cui la notorietà ti rendeva immortale.
Il successo rende le relazioni più facili? Sicuramente rende le relazioni più facili, soprattutto quando interpreti un ruolo positivo. Oggi alla facoltà per diventare educatori si presentano in tanti grazie al ruolo di Beppe.
Beppe ti somiglia? Beppe mi somiglia molto, ci sono personaggi che ti sono congeniali. Ho beccato questa chiave e ho portato me stesso. I ragazzi li abbraccio, li bacio, come fossero figli miei ma semplicemente perché io sono così.
C’è stato di recente un ruolo invece molto distante dai tuoi valori. Lo hai fatto volentieri? A Natale è uscita una commedia con Laura Chiatti e Marco Bocci “Se fossi te” in cui ero un marito fedifrago, calcolatore, molto diverso da me. Mi ha fatto molto piacere fare un ruolo negativo, ma sarà un unicum, perché purtroppo in Italia si resta molto vincolati dai propri occhi buoni. Non capiscono, invece, che da un attore con gli occhi buoni, può venir fuori il più cattivo dei personaggi.
Che uomo sei a parte la evidente bontà d’animo? Penso di essere un uomo simpatico che rende leggera la vita degli amici, ma sono anche molto macerato, sono un uomo che non ha sciolto i suoi nodi. Vivo di grandi malinconie e fatico a essere felice. Lo sono con gli altri, ma io con me stesso non lo sono, nonostante ogni giorno cerchi un motivo per esserlo.
Cosa desideri per il futuro? Tutti i miei desideri per il futuro sono legati a mio figlio. Io già ho vinto perché campo di questo mestiere, ma tutto ciò che mi auguro è che Lorenzo viva a lungo e bene. È il più grande regalo che ti fanno i figli: quello di toglierti qualunque forma di narcisismo e di insegnarti l’amore incondizionato.
A proposito di narcisismo. Che rapporto hai con il tuo aspetto? A me non importa proprio infatti dell’aspetto, sono ancora uno che si fa i video dal basso.
E di una donna cosa ti seduce? Di una donna mi seduce la testa. Quando una donna mi fa ridere ed è estremamente intelligente, per me diventa la più bella del mondo.
Cosa diresti al te di trent’anni fa? Gli direi “Te lo avevo detto!” perché ero l’unico che credeva in me e posso dire di avercela fatta.
n° 107 Marzo 2026






























