Pasquale Palamaro rappresenta una delle espressioni più autentiche e raffinate della cucina contemporanea del Sud Italia. Nato sull’isola di Ischia, ha costruito nel tempo un’identità gastronomica profondamente legata al mare, alla memoria e alla materia prima del suo territorio. Oggi è executive chef del ristorante Indaco, situato all’interno del celebre hotel Regina Isabella. Qui ha conquistato e mantenuto una stella Michelin, diventando uno dei punti di riferimento della cucina campana d’autore. Ma ridurre il suo lavoro a un riconoscimento sarebbe limitante: la sua è una ricerca continua, quasi poetica, sul rapporto tra uomo e mare. All’Indaco di Ischia la cucina di Palamaro continua a evolversi come un linguaggio sempre più definito e identitario. Un percorso che lo ha portato a una scelta netta: mettere il mare al centro assoluto della propria visione gastronomica. Una direzione maturata dopo il 2020, quando lo chef ha deciso di ridurre le contaminazioni per concentrarsi su una cucina di mare creativa, profondamente legata al Tirreno e al territorio ischitano. “Ho riconosciuto me stesso e ciò che volevo raccontare”, spiega Palamaro. Da allora la sua cucina non è più una somma di influenze, ma una dichiarazione precisa: il mare come origine e destino del piatto. La sua cucina si distingue per una forte impronta identitaria. Il mare non è solo una fonte di ingredienti, ma una vera e propria narrazione. Nei suoi piatti si ritrovano profumi salmastri, consistenze delicate e contrasti studiati con precisione. Il pesce, sempre protagonista, viene trattato con rispetto assoluto, esaltato senza mai essere coperto. Lavorare a Ischia significa accettare la stagionalità come struttura, non come limite. Nei mesi di apertura dell’Indaco, la disponibilità dei prodotti è definita e vincolata alla stagione. “Il primo ostacolo è la nostalgia di ciò che non posso utilizzare”, racconta. Ma è proprio da qui che nasce il metodo: stessi ingredienti, ogni anno nuovi, reinterpretati attraverso contrasti e tecniche differenti.

Per Palamaro non esiste un ingrediente preferito. “È come con i figli: si amano tutti allo stesso modo”. Ma il filo conduttore resta il gusto, più dell’immagine. “Un piatto si ricorda per il sapore, non per come appare”. La bellezza resta importante, ma solo se accompagnata da coerenza gustativa. La tecnica non è virtuosismo, ma uno strumento di rispetto: un grande prodotto, se lavorato male, non può dare un grande piatto. Il percorso dello chef è segnato da esperienze formative importanti, che hanno contribuito a definire una visione contemporanea e identitaria. Palamaro lavora da anni con i pescatori dell’isola, valorizzando specie spesso sottovalutate come lucertola di mare, boghe e lampuga. Una visione che mette in discussione la distinzione tra pesce povero e pregiato. La sostenibilità, nel suo lavoro, non è un’etichetta, ma una pratica quotidiana: rispetto dei cicli naturali, attenzione alla pesca e riduzione degli sprechi. Un approccio che rafforza il legame con il territorio e contribuisce a costruire un ecosistema gastronomico autentico. Fuori dalla cucina, Palamaro resta cuoco in ogni momento. Le idee nascono ovunque, nella vita quotidiana. Il piatto perfetto non esiste: ciò che esiste è un equilibrio in continua evoluzione tra acidità e grassezza, tecnica e istinto. Mangiare da lui non è semplicemente un’esperienza culinaria, ma un viaggio sensoriale. I suoi piatti sono pensati per coinvolgere tutti i sensi, dalla vista al gusto, passando per profumi e consistenze. È una cucina che invita a rallentare, ad ascoltare, a lasciarsi trasportare. In un’epoca in cui l’alta cucina rischia talvolta di diventare esercizio di stile, Pasquale Palamaro mantiene una direzione chiara: emozionare attraverso la verità del prodotto e la profondità delle radici. Senza compromessi.