di Fabrizio Carloni

La vicenda del referendum costituzionale di marzo scorso come tanti altri fenomeni sociali ed avvenimenti, affonda le radici in un passato lontano. Una delle tante scelte che furono indispensabili per mescolare le carte e cominciare una nuova era che desse uno scossone alla cultura oscurantista che inibiva la piena partecipazione di Eva alla vita civile, fu quella di promulgare la legge 66 del 9 febbraio 1963 che apriva alle donne la carriera di magistrato. Sembrerà assurdo ma fino a quella data, a dispetto dell’articolo 51 della nostra Carta fondativa che prevedeva l’accesso alla professione pubblica su base paritetica, nella prassi si considerava che maternità ed emotività rendessero infatti sconsigliabile l’utilizzo del gentil sesso nella amministrazione statale e del parastato. Fu grazie a questa legge che la pratica venne superata e le prime candidate presero servizio nel Ministero della Giustizia nel successivo 1965. Parliamo di tempi diversi dai nostri e la sacralità della funzione di magistrato era ritenuta un tabù inscalfibile in cui i saltelli al ritmo di “Bella ciao” sarebbero stati ritenuti del tutto indecorosi, irriverenti ed indecenti. Comunque, quello che avvenne fu il ricambio generazionale con l’avvicendamento dei nuovi vincitori di concorso che presero il posto gradatamente dei loro colleghi anziani che erano stati nominati sotto il Fascismo di cui avevano assorbito la cultura e la pratica delle leggi. Ciò che poi in quegli anni fu determinante nel passaggio di testimone con la vecchia guardia, oltre alla cooptazione delle donne, fu l’avvento della prima associazione, Magistratura Democratica, fondata nel 1964. Sul cotto l’acqua bollita fu l’epocale rivoluzione del 1968 con l’avvento dei principi progressisti e rivoluzionari che portarono con loro la lotta armata. Gli anni Ottanta e Novanta furono poi quelli in cui si distinsero i comportamenti compassati e credibili di magistrati come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Rosario Livatino che sembrò potessero riportare la categoria a cui appartenevano agli antichi splendori etici e dottrinali; purtroppo, tutti e tre furono trucidati. Ci fu poi la stagione di Mani pulite negli anni Novanta del secolo scorso che attaccò i partiti dell’Arco Costituzionale scardinando la Prima Repubblica con i suoi padri fondatori ed i loro figli politici. La fondazione di altre correnti come il Movimento per la Giustizia Articolo 3 formato con una costola di Magistratura Democratica, Unicost centrista e moderata, Magistratura Indipendente di matrice conservatrice, tutte operanti nell’ambito di ANM (Associazione Nazionale Magistrati), non servì ad arrestare la tendenza con gli anni Duemila al processo di radicalizzazione del conflitto tra l’organo di giurisdizione e la politica che esprimeva la Seconda e la Terza Repubblica. Con l’entrata in campo in Italia di Silvio Berlusconi il conflitto tra la funzione giudiziale ed i partiti assurse a livelli precedentemente mai visti; in quest’ambito non sembra suggestiva la domanda che si faceva Berlusconi sul come la sua vita caratterizzata da una presenza marginale della giustizia dal momento in cui aveva scelto di costituire il suo partito fosse diventata invasiva e pericolosissima. Tornando al referendum sulla legge che avrebbe rivoluzionato l’organizzazione della magistratura l’errore che è sembrato irrimediabile è stato quello di dare alla votazione un carattere di scelta partitica. Inutili sono stati tutti i tentativi (male articolati?) di dimostrare che ai fini dell’obiettività dei giudizi fosse indispensabile scindere l’attività della componente requirente da quella giudicante; cosa prevista dalla quasi totalità dei Paesi evoluti e democratici. Altro aspetto che il governo della Meloni non è stato in grado di spiegare adeguatamente era l’urgenza di stabilire un processo che prevedesse la responsabilizzazione dei magistrati per quanto riguarda i non rari errori giudiziari. Invano le Destre ed una parte minoritaria ma non trascurabile evidentemente della popolazione hanno cercato di stabilire che i magistrati come i medici, gli avvocati ed i geometri dovessero rispondere in sede civile, penale e disciplinare degli errori fatti nell’ambito della propria attività; evitando che i giudici ed i pubblici ministeri per i propri abbagli potessero far riferimento ai denari pagati dai cittadini con le tasse. Un mio carissimo zio, fratello di mio padre, orfano di guerra, si laureò nel 1962 in Legge alla Sapienza di Roma con 110 e lode e per le pressioni dei familiari partecipò al concorso per magistrati risultando tra i primissimi a livello nazionale. Nonostante il dolore che la madre gli dimostrò, rifiutò la prestigiosa posizione e per tutta la vita costruì la sua carriera di avvocato diventato apprezzato nel foro romano. Aveva avuto la preveggenza di capire che la magistratura stava cambiando e non gli piaceva l’idea di partecipare rinunciando alla sua libertà personale e professionale.

By Published On: Maggio 12, 2026

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