di Fabrizio Carloni

Tra le tante cose che lasciano perplessi gli osservatori e che riguardano le guerre che stanno squassando il mondo, c’è la mancata attenzione anche da parte degli studiosi più attenti al ripetersi quasi rituale degli avvenimenti che riguardano la nostra storia anche recente. Per la vicenda palestinese è di tutta evidenza come i conflitti tra popoli arabi ed ebrei siano riconducibili in maniera prevalente alla mancanza di spazio vitale che riguarda la Terra Santa: è dalla seconda metà degli anni Quaranta del secolo scorso che con puntualità si succedono terribili frizioni mosse soprattutto dalla parte più radicale dei due popoli che abitano la Palestina che sono gli israeliani e i nativi palestinesi. Come non considerare che al di là delle ragioni religiose e dell’odio atavico che caratterizza le relazioni tra quelle genti ci sia un problema primigenio costituito dalla ristrettezza del territorio abitabile? Dove impiantare il secondo stato di cui parlano politici, sociologhi ed intellettuali vari in cui la componente araba della popolazione a cui aggiungere le centinaia di migliaia di profughi che vivono in Libano e Giordania possa ricostruire la propria storia ed una casa?

Come è possibile che nelle vicende del conflitto russo ucraino non si riscontrino i precedenti costituiti dallo scontro tra la Russia di Stalin e la Finlandia (la “campagna d’inverno” novembre 1939 – marzo 1940)? Dopo gli accordi tra i ministri degli esteri sovietico e tedesco Molotov e Ribbentrop finalizzati alla divisione dell’Europa orientale cominciata con l’attacco alla Polonia nel settembre – ottobre 1939 e che sarebbero proseguiti nel 1940 con la riduzione a stati vassalli dell’Estonia, Lettonia e Lituania, il dittatore sovietico passò alla Finlandia pretendendo che questa cedesse importanti porzioni del proprio territorio.

Di fronte al rifiuto del Paese scandinavo a cedere il porto di Rybachy nei pressi di Murmansk, quello di Petsamo e vaste porzioni della Carelia, il 29 novembre del ’39 l’Unione Sovietica ruppe le relazioni diplomatiche attaccando il giorno successivo la porzione di territorio tra il lago Ladoga ed il Golfo di Finlandia e bombardando Helsinki. In quella circostanza Stalin fece l’errore ripetuto in maniera puntuale da Putin con l’Ucraina di ritenere che il Paese baltico fosse isolato diplomaticamente e potesse essere rapidamente divorato e metabolizzato come successo con la Polonia orientale; il Commissario del popolo per la Difesa sovietico riteneva che la campagna si potesse concludere per il compleanno di Stalin che cadeva nel mese di dicembre.

Il dittatore georgiano non ebbe un grande intuito come successo ai nostri tempi a Putin, e non considerò che il piccolo Paese aggredito potesse opporre resistenza. In realtà il governo finlandese richiamò dalla pensione il maresciallo Carl Gustav Mannerheim eroe della guerra d’indipendenza contro i bolscevichi che riorganizzò rapidamente il piccolo esercito di 150mila uomini (molti poco più che adolescenti ed anziani riservisti) che era fronteggiato da più di un milione di militari dell’Armata Rossa.

La lotta andò avanti per settimane con l’utilizzo da parte finlandese di veloci pattuglie di sciatori e con il ricorso ad abilissimi franchi tiratori. Numerosi furono i volontari che in contraddizione con le previsioni di Stalin venivano dai Paesi scandinavi compresa la neutrale Svezia e dal resto dell’Europa.

La condanna internazionale dell’invasione portò alla espulsione della Russia dalla Società delle Nazioni ed all’invio da parte delle democrazie europee di forti aiuti in materiali bellici ed aerei. Verso la fine dell’anno Stalin dovette fare il conto con la perdita di varie decine di migliaia di uomini morti in parte per assideramento con l’avvicinamento di forze finlandesi ai confini con l’URSS. Il 1° febbraio 1940 una nuova offensiva fu lanciata su tutta la linea di confine protetto dalla linea Mannerheim che difendeva la Carelia meridionale e la capitale Helsinki. C’è da dire che contrariamente alle imponenti posizioni fortificate francesi e germaniche, rispettivamente la Maginot e la Sigfrido, costruite in acciaio e cemento armato, quella finlandese era costituita in gran parte da bunker di tronchi d’abeti e da pochi campi minati e reticolati.

Il 29 febbraio 1940 i finlandesi acquisito che la prevalenza di materiali e personale era enorme presero contatti con i sovietici per un accordo che partisse dalle richieste originali dell’Unione Sovietica. Il trattato di pace fu firmato il 13 marzo e conteneva clausole pesantissime per il piccolo stato nordico. Il bilancio finale fu di 25mila uomini persi dai finlandesi mentre i russi dovettero pagare un dazio costituito da 85mila morti in battaglia o di freddo e stenti.

Come si vede le analogie con il corrente conflitto tra Russia e Ucraina sono impressionanti e la fine di questa storia fa pensare che Vladimir Zelenskij dovrà cedere parte dei territori a maggioranza o forte presenza russa compresa la Crimea. I tedeschi nell’ultima guerra mondiale e Napoleone dovettero prendere atto che la massa umana russa era una componente dell’apparato militare nemico determinante. Nelle vicende di cui abbiamo parlato opporre ideali, armi moderne e la simpatia del mondo non basta per combattere la protervia di un dittatore che ha molti addentellati con Stalin.

By Published On: Luglio 8, 2025

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