di Fabrizio Carloni
Dei due libri del generale Vannacci, il primo lo acquistai con diffidenza considerato che nella quasi totalità dei casi i lavori prodotti e stampati in proprio sono destinati in genere alla sola improbabile lettura dei parenti più vicini. Il secondo che è un proseguimento del primo l’ho letto a campione.
Per entrambi dopo un po’ di pagine ho provato noia dopo aver verificato abbastanza rapidamente che contenevano la proclamazione dell’ovvio. È da chiarire che per l’“ovvio” di cui parlo mi riferisco al collettivo riconoscersi che da qualche decennio, almeno dalla rivoluzione del Sessantotto, è diventato un percepire molto frazionato e condizionato dalla cultura di una Gauche elitaria che è pervicacemente penetrata nelle fibre più profonde dell’Occidente.
Semplificando, tutto ciò che sino alla metà degli anni Sessanta faceva parte di un patrimonio partecipato a livello universale è divenuto qualcosa di parcellizzato tra gli utenti del comune sentire. Fino ad allora (metà anni Sessanta) si era comunisti, fascisti, radicali, socialisti, democristiani, liberali sulla base di teorie sulle quali si erano espressi degli ideologi di primissimo ordine come Gramsci, Gentile, Pannella, Nenni, don Sturzo, Cavour; dopo tale data, è stato un profluvio di mezze figure con l’eccezione di protagonisti come Andreotti, Berlinguer, Craxi ed Almirante e pochi altri.
Ne è derivata la conseguenza che a livello di tessuto connettivo, parlo di quello sociale, sono emersi dei personaggi che hanno avuto la capacità di rendere gradite ed assolute delle teorie che avrebbero fatto sganasciare i nostri padri. A titolo esemplificativo mi riferisco a quella (teoria) che ammanta di fascino manifestazioni come i gay pride dove è tutto concesso a livello di esibizione dei propri gusti ed attributi sessuali; per non diffonderci su teorie degli animalisti che sponsorizzano le bistecche al sangue di cereali o diffondono idee devastanti sulla caccia.
A questo proposito ci sono teoreti dell’utilità e dell’intelligenza delle pantegane e degli ungulati; con la conseguenza che in quest’ultimo caso cinghiali, cervi, caprioli distruggono per la mancanza di caccia selettiva centinaia di migliaia di ettari di culture frutto del lavoro di milioni di contadini.
Per non parlare delle nutrie che provocano danni incalcolabili scavando le proprie tane sulle sponde dei torrenti, fiumi e canali favorendone l’esondazione alla prima pioggia martellante.
Tra le mie amicizie gratificanti c’è Davide, figlio del più autentico proletariato lombardo, con cui condivido la passione per la storia e per i bei libri. Con Davide riusciamo a mettere in piedi ragionamenti articolati ed a volte strabilianti ma è sufficiente che nel parlarne esca fuori un manifesto della Meloni per fargli salire la pressione a livelli preoccupanti.
È questa esemplificazione con cui voglio evidenziare come i sofismi più deliranti da un cinquantennio siano diventati un collante e come la condivisione di un sentire cui aderiscono delle maggioranze rappresentative ma silenziose, sia diventato un’utopia.
Come è possibile che una problema epocale come quello costituito dall’immigrazione incontrollata ed invasiva, veda un personaggio intelligente e di grande simpatia come il nostro Leone XIV in prima linea a prescindere da ogni analisi che derivi semplicemente dall’esperienza? Perché il papà americano non prende atto del fatto che senza il controllo delle frontiere ci sarebbe da fronteggiare un miliardo e mezzo potenziale di africani? Pari al 18 per cento della popolazione mondiale?
Perché Prevost, se convinto che tutto sia elastico e gestibile non apre i tanti conventi rimasti vuoti per la carenza di vocazioni? Perché, sempre il papa, non cede gli appartamenti della Città del Vaticano ai bisognosi africani togliendone l’uso a cardinali vecchi e spocchiosi?
Perché il gioielliere che ha visto i rapinatori mettere il coltello alla gola della figlia e della moglie se utilizza la pistola regolarmente detenuta per difendere i propri affetti e le proprie cosa viene condannato a finire i propri giorni in prigione?
Ecco, tornando a Vannacci, perché pur non avendo prevenzioni, mi chiedo come sia possibile lasciare ad un generale pur dotato di intelligenza e di carisma, la gestione di una problematica generale che è sfuggita alla ordinaria gerenza della politica della nazione.
Come è possibile che tizi di una impalpabilità frastornante tengano concioni sulla Meloni addebitandole di essere una macchietta risibile nonostante la stima di cui gode tra la gente comune ed i politici ben più sostanziosi dei giudici che parlano per gelosia, incompetenza ed approssimazione?


