Napoli con la Federico II e l’Istituto Pascale è il punto di partenza di una storia professionale che oggi arriva a Roma, quella di Luca Serra, Responsabile della Chirurgia Vertebrale dell’Ospedale Israelitico di Roma, medico e specialista che ha fatto della chirurgia della colonna uno dei principali ambiti della propria attività.

Tecnologia, ricerca e precisione chirurgica si incontrano nel suo lavoro quotidiano, ma al centro rimane sempre il paziente: la sua storia, le sue paure, la necessità di ritrovare autonomia e qualità di vita. Perché dietro ogni intervento sulla colonna non c’è soltanto una diagnosi, ma una persona che affida al medico la propria salute.

Da Napoli a Roma, il percorso di Luca Serra racconta così una medicina capace di guardare all’innovazione senza dimenticare il valore della relazione umana.

Oggi molte persone soffrono di mal di schiena, ernie, stenosi o dolore cervicale. Quali sono le patologie della colonna che vede più spesso nel suo studio? Il mal di schiena è diventato una delle grandi sfide della medicina moderna. Ogni giorno visito pazienti con ernie del disco, stenosi del canale vertebrale, fratture vertebrali e dolore cervicale o lombare cronico. La sedentarietà, l’invecchiamento della popolazione e uno stile di vita sempre più stressante hanno fatto aumentare queste patologie. La buona notizia è che oggi disponiamo di strumenti diagnostici e terapeutici molto più efficaci rispetto al passato.

Quando un’ernia del disco si può trattare in modo conservativo e quando invece l’intervento diventa la scelta giusta? La chirurgia rappresenta solo una parte delle cure. Circa il 90% delle ernie del disco migliora senza intervento grazie a terapia farmacologica, fisioterapia e tempo. Operiamo quando il dolore diventa insopportabile, limita la qualità della vita o compaiono deficit neurologici. Il nostro obiettivo non è operare di più, ma operare meglio e solo quando serve davvero.

La parola “mini-invasivo” è molto usata. In termini concreti, cosa cambia per il paziente rispetto alla chirurgia tradizionale? Mini-invasivo non significa fare un taglio più piccolo, ma provocare un trauma molto minore ai tessuti. Per il paziente significa meno dolore, meno sanguinamento, ricoveri più brevi e un ritorno più rapido alla vita quotidiana. La migliore chirurgia è quella che risolve il problema rispettando il più possibile il corpo.

Quanto contano oggi il microscopio operatorio, la neuronavigazione e le tecnologie digitali in sala operatoria? Oggi sono strumenti indispensabili. Il microscopio ci permette di lavorare con precisione millimetrica, mentre la neuronavigazione è il nostro “GPS chirurgico”. Le tecnologie digitali aumentano sicurezza e accuratezza, ma non sostituiscono l’esperienza del chirurgo. La tecnologia è un alleato prezioso: la responsabilità resta sempre nelle mani dell’uomo.

L’intelligenza artificiale può davvero aiutare un neurochirurgo oppure resterà soprattutto uno strumento di supporto? L’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria opportunità. Potrà aiutarci nell’analisi delle immagini, nella pianificazione chirurgica e nella medicina personalizzata. Ma nessun algoritmo potrà sostituire il giudizio clinico, l’esperienza e il rapporto umano con il paziente. Il futuro non sarà “uomo contro macchina”, ma uomo e macchina che lavorano insieme.

Qual è la tecnologia che, secondo lei, cambierà di più la neurochirurgia nei prossimi dieci anni? L’integrazione tra intelligenza artificiale, robotica e realtà aumentata. Immagino sale operatorie nelle quali il chirurgo potrà vedere in tempo reale strutture anatomiche tridimensionali con una precisione mai raggiunta prima. Sarà una rivoluzione silenziosa ma profonda, destinata a rendere gli interventi ancora più sicuri e personalizzati.

Lei lavora a Napoli e Roma, Napoli che spesso viene raccontata per le criticità del sistema sanitario. Realtà o preconcetto? Le criticità esistono e sarebbe sbagliato negarle. Ma raccontare solo questo significa ignorare un’altra realtà: Napoli è anche una città di eccellenze, ricerca e professionisti di altissimo livello. Ogni giorno vedo colleghi che lavorano con competenza, passione e straordinario spirito di sacrificio. La qualità della medicina napoletana merita di essere raccontata molto più spesso.

Lei ha approfondito le tecniche mini-invasive già negli anni ’90: qual è stata l’evoluzione più rivoluzionaria che ha visto in sala operatoria da allora? Quando ho iniziato, la chirurgia della colonna era molto diversa. In questi decenni abbiamo assistito a una trasformazione straordinaria: dal bisturi tradizionale siamo arrivati alla chirurgia guidata da immagini, microscopi ad alta definizione, neuronavigazione e tecnologie digitali.

Ma la rivoluzione più importante non è stata soltanto tecnologica. È cambiato il modo di pensare del chirurgo. Oggi non ci chiediamo più “come arrivare alla colonna”, ma “come curarla preservando il più possibile ciò che è sano”.

È questa la vera evoluzione della neurochirurgia moderna: essere sempre meno invasivi, sempre più precisi e sempre più orientati alla qualità di vita del paziente.